Mine vaganti, dentro la forma di ciascuno di noi.

Scritto da Carmen Fasolo, 31-03-2010 19:16

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Pubblicato in : Rubriche, Cinematografo

Come in molti altri film, anche in questo Ferzan Ozpetek apre la scena a tavola, per festeggiare il ritorno da Roma di uno dei protagonisti. Con ogni probabilità perché il cibo è il momento più importante della condivisione, quando i rumori delle posate, delle labbra che aprono e chiudono sul morso, dei bicchieri che si riempiono e svuotano, disegnano la vita di tutti quelli che stanno attorno.

Sempre la tavola era momento di condivisione anche in altri bellissimi film (cito “Le Fate ignoranti” e “Saturno contro”). E anche in Mine vaganti, come nelle altre pellicole, la famiglia è allargata, tanto che a tavola ci stanno tutti (anche il genero, anche la nonna e anche la sorella), con buona pace delle cameriere che stanno a origliare. La cosa che si muove nelle nostre tavole è senza dubbio la pasta. E di un panificio sono proprietari tutti i principali protagonisti di questo nuovo capolavoro di Ozpetek.

I pezzi di pasta si muovono lungo la corsa verso l’impacchettamento proprio come mine vaganti. Solo che un tempo la pasta veniva chiusa con le mani, a propria scelta, assumendo una forma esterna “nostra”. Oggi anche la chiusura delle scatole di pasta è ad opera di qualcun altro, come tante scelte che facciamo nella nostra vita. Probabilmente la filigrana del film è questa, visto che all’inizio un fratello sembra servirsi della preview della confessione dell’altro per farla propria, per dire a tavola (eccola ancora) cosa non ha scelto in tutti anni della sua vita.

Anche in questo caso, come in molti altri, l’omosessualità è vista come una confessione da fare, e quando si è reo-confessi (perché l’omosessualità nel 2010 è considerata una colpa anche a Lecce), bisogna andare via e lasciare il primo aspetto di se stessi (perché il secondo è quello seduto a tavola). Non è la vergogna che fa scappare Antonio, né l’egoismo, semmai è l’inaccettabile certezza che lui rappresenta una vergogna per un padre che non intende comprendere (se non forse un pochino alla fine) che il figlio vorrebbe dare una forma alla propria felicità, e questa forma non si chiama devianza o malattia.
Ma la Lecce del 2010, come molte altre città grandi o piccole che siano (tipo la nostra, così non andiamo tanto lontano), vivono della stessa cosa.

Pur sembrando impopolare, sarebbe forse talvolta opportuno definire bene il confine tra il noi intimo e il noi pubblico. Nessuno deve trovarsi nelle condizioni di “non poter dire”, anzi. Ma è altrettanto – mia discutibilissima opinione – necessario cambiare punto di vista. Non comprendo l’espressione, ad esempio, “coming out” (l'espressione non condivido, non il senso!). E sapete perché? Per la sua definizione: venire fuori? Venire allo scoperto? Ma da chi? Da dove? Da se stessi? Ecco, non apprezzo il rischio di porre queste ambiguità in cose così importanti per sé. Forse andrebbe cambiato registro, espressione, concettualità strutturale, altrimenti è chiaro che chiunque parli di sé, lo vive come una “confessione” da fare, di qualsiasi cosa si tratti (se poi si parla di diritti, ancora peggio). Tommaso non ce la fa e lo dimostra parlando con Marco al telefono.

Proprio Tommaso, l’altro figlio gay, sta dietro – in una cronistoria semiseria – alla pseudo malattia del padre. Il quale non è omosessuale, ma ha la sua cara “commare” che lo massaggia e lo allieta in qualsiasi momento. L’etichetta non dovrebbe fare la forma (ma la fa!), se non altro perché nella sostanza nessuno è migliore di un altro, né peggiore. Dispiace, però, ancora una volta che l’amore debba necessariamente confessare la sua forma, come se fosse necessario farsi accettare o chiedere un permesso. Dall’omosessualità, con poca pace della madre di Antonio e Tommaso, non si guarisce, né c’è un punto di ritorno o di capitolazione su improbabili errori. L’omosessualità è uno stato di sé, come ce ne sono mille altri ancora. Non è paragonabile a un mal di testa (e quindi il caro Marco non può farci niente da bravo medico), né può volare, né può essere disquisita legalmente (se non nella tutela dei diritti).

OzpetekIn questo film, l’omosessualità è come sedersi su un cuscino, come fare lo scrittore, come bere l’alcol, come sognare un ladro che non ci porterà mai via, come morire di Nicola e di diabete, come non accettare identità non necessariamente “uguali” alla nostra. E quindi perché fare un film? Perché parlarne ancora? Perché tutte queste cose sono differenti dall’omosessualità per una sola cosa: quest’ultima va dichiarata, va esposta, va processata e andrebbe – secondo taluni – anche curata. Insomma, va CONFESSATA. Eppure la confessione fin dai tempi remoti è un atto con il quale si dovrebbe ammettere una colpa. E se quindi in questo film si parla (sottointendendo che si confessa) l’omosessualità, non è altro che lo specchio attuale di una società con un occhio bigotto e un occhio morboso. Molti, al cinema, seduti sulle poltrone, quando Tommaso è uscito dalla stanza perché Marco lo chiamava, alla vista del bacio, si sono chiesti: è… tutto qui? Non si vede altro? Il regista non ci fa vedere altro? L’amore e la pelle non sono spettacolarizzazione, bravo Ozpetek. Il bacio è una forma di amore, come è anche la carezza, come è anche il guardare qualcuno camminare, oppure il guardare un libro e pensare che sia per la persona giusta che alberga dentro di noi.

Lascia molti spunti di riflessione questo film, tanti. Allacciati a un corollario di significati diversi per ciascuno. Ad esempio, io sono uscita dal cinema, chiedendomi cosa ne sarebbe stato di Alba. Perché me la immagino ancora, non rigare la macchina, ma ad aspettare qualcosa che sembra non arrivare mai (e forse mai arriverà). E quando sembra che qualcosa sia arrivato, è dura scoprire che non è per lei, che non sta in quel posto e in quel preciso momento per lei. Un incontro e un non incontro, come se spesso ci capita di vivere in un posto dove sembra che non ci siano luogo e bacio per noi.

Andate a vederlo. Io di cinema non capisco niente (mi pare evidente da questo post di colore), ma magari si può respirare quel film guardando la vita degli altri in modo diverso. E che nessuno si senta mai obbligato di confessare le proprie forme di vita, qualsiasi esse siano.

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