
Barcellona P.G. - Si è tenuto lo scorso 17 dicembre, presso i locali del PalaCultura “B. Cattafi” di Barcellona Pozzo di Gotto, un importante seminario dal titolo "Il mercato del lavoro in provincia di Messina". Aperto a tutti, ma connesso alle lezioni di Istituzioni di Economia e di politica Economica del Corso di Laurea in Mediazione socioculturale della sede barcellonese dell’Università di Messina, è stato seguito da un buon numero di attenti partecipanti.
Ad introdurre i lavori del Seminario, è stato il Prof. Ferdinando Ofria, che ha presentato i due relatori: il prof. Piero David (docente di Politica Economica dell’Università di Messina) e la dott.ssa Stefania Radici (Responsabile dell’Orientamento Lavoro della CGIL di Messina). All’attenzione degli interessati all’argomento e degli studenti presenti nell’Aula Magna “Sebastiano Genovese”, sono state poste due puntuali analisi della situazione non solo economica, ma anche politica e sociale, che descrive la filigrana della lenta crescita del mercato del lavoro nella nostra Provincia. Dopo la breve introduzione del Prof. Ofria, relativamente ai tassi di disoccupazione nel Mezzogiorno (diminuzione del fenomeno nel biennio 2007-2008, ma aumento nel 2009), il prof. David ha polarizzato il suo intervento sulle tre principali criticità che sottendono alla crisi del mercato del lavoro.
Spesso, nelle indagini territoriali, ci si pone come primo obiettivo la risoluzione dei problemi, in realtà non va mai dimenticata la necessità di raccogliere i dati del fenomeno e analizzarli, affinché la loro lettura possa migliorare la ricerca di una risoluzione al fenomeno della disoccupazione. A tal proposito, da almeno 5 anni, il Dipartimento di Economia dell’Università degli Studi di Messina si occupa egregiamente di stilare un rapporto annuale sull’economia della nostra Provincia. «Dal monitoraggio dei dati più importanti, la variazione demografica rappresenta certamente la prima delle tre criticità dell’economia nella provincia di Messina», ad affermarlo è stato il Prof. Piero David. «In provincia, infatti, il numero di abitanti è diminuito: negli ultimi 10 anni il saldo tra chi è arrivato e chi è andato via dal nostro territorio è pari a 8 mila unità. La conseguenza è stata l’impoverimento della popolazione».
Se il tasso demografico di una popolazione si riduce, il territorio interessato, come diretta conseguenza, si indebolisce ed entra in crisi. Da noi, inoltre, cresce poco l’immigrazione, anche se talvolta si suppone il contrario. «I fenomeni migratori – ha affermato David – sono ridotti nelle nostre zone perché gli immigrati vanno dove c’è lavoro, quindi al Centro Nord. Non sono particolarmente interessati a venire dove non c’è lavoro». Una chiara conseguenza è che il fenomeno della migrazione, essendo scarso, non potrà compensare l’instabilità della popolazione dovuta all’impoverimento del tasso demografico. In sostanza, per il prof. David, «la fuoriuscita di soggetti dalla provincia di Messina non viene compensata né da altri cittadini che vengono ad abitare nelle nostre zone, né da un numero consistente di extracomunitari che scelgono la nostra provincia».
Con il tasso demografico in crisi, inoltre, anche la struttura delle nostre città subisce una trasformazione. Dai dati enunciati nel rapporto annuale del Dipartimento di Economia, emerge che «se ne va la fascia della popolazione più giovane». A differenza della migrazione degli anni ’60, ora vanno via i giovani, considerati – tra l’altro – anche i soggetti più qualificati. A questo, subentra anche un altro fattore relativo allo spostamento delle risorse economiche: molti giovani che emigrano si sostengono economicamente anche con l’ausilio della famiglia di origine. «Quindi – ha continuato ancora il docente – non solo va via la forza lavoro e il capitale umano, ma siamo di fronte ad un doppio spreco di risorse. Il nostro territorio viene abbandonato da chi è stato formato, e noi abbiamo pagato in termini di tasse la loro formazione, e alcune delle risorse economiche delle famiglie si spostano magari al nord o altrove per sostenere i propri figli». È questo, in parte, il quadro sotto al quale leggere la situazione della struttura economia messinese. Emerge, inoltre, che la metà di coloro che sono andati via, lasciando la provincia, ha un’età compresa tra i 25 e i 34 anni, possiede un diploma e in moltissimi casi anche una laurea. Fattori che ricadono, ulteriormente, sulla struttura demografica e sociale del territorio. «La provincia di Messina – ha continuato il relatore – negli ultimi 10 anni si è invecchiata. Rispetto a 30 anni fa, ha il doppio degli anziani. Se questa è la struttura demografica, c’è il rischio che avremo tra qualche anno una componente della popolazione che non lavora, che è in pensione».
Ma il fenomeno dei residenti che vanno via non è così chiaro come sembra. I dati statistici, infatti, non possono essere in grado di fotografare bene le risorse economiche che si spostano. Basti pensare a tutti coloro che migrano al Centro Nord, ma mantengono la propria residenza nella nostra provincia. In questo caso, non possono essere monitorate le risorse poiché comunque né vengono prodotte qui né eventualmente arrivano nelle nostre città. È il cosiddetto fenomeno del pendolarismo di lungo raggio. Difficilmente, noi del sud, rompiamo i rapporti parentali e amicali. Spesso i giovani vanno al nord per acquisire esperienza formativa, per arricchire e strutturare il proprio curriculum vitae, piuttosto che per programmare un permanente trasferimento.
Se poi si affronta il quadro generale anche in termini di federalismo fiscale, quindi teoricamente ognuno dovrebbe essere in grado di pensare alla propria struttura produttiva, il Mezzogiorno è quello che si ritrova in una situazione più grave. Durante il primo intervento, è emerso anche come non sia solo la provincia di Messina a trovarsi in un contesto di crisi, ma è possibile allargare il fenomeno anche all’intero Mezzogiorno. Inoltre, oltre alla crisi demografica, alla immigrazione che non compensa l’emigrazione, vi è un problema di ordine strutturale a livello aziendale. Chi resterebbe senza un’opportunità di lavoro? Chi, d’altro canto, verrebbe nelle nostre zone senza avere certezza di avere un lavoro?
Tutto questo, secondo il prof. David, ha ricadute economiche sia in tempi immediati che a lunga percorrenza. È chiaro a tutti che se diminuisce la popolazione, immediatamente diminuisce la domanda di beni. «In un impoverimento della struttura economica – ha affermato il relatore – in particolare in un territorio come quello messinese, dove l’80% dell’economia si basa sul commercio, una situazione demografica in crisi mette in difficoltà l’intera struttura economica. In questo caso abbiamo una ricaduta nel breve periodo. Ma se pensiamo alla riduzione del capitale umano, si riduce anche la struttura economica del futuro. Così, la ripercussione della crisi avverrà anche a lungo termine». Proprio perché stanno andando via coloro che avrebbero potuto rappresentare la classe dirigente di domani, coloro che avrebbero potuto sviluppare e strutturare l’economia del futuro, coloro – insomma – che avrebbero potuto offrire il loro valore aggiunto nelle industrie.
La seconda criticità è legata alla crisi economica che non riguarda solo il nostro territorio. «Due anni fa – continua David – siamo rimasti vittime della grande recessione dovuta alla crisi internazionale. Il PIL dei paesi occidentali si è ridotto parecchio, ma non solo in Italia. I territori deboli, come quelli del Mezzogiorno, sono quelli che ne hanno risentito di più. Le province del sud peggiorano la loro situazione quando la domanda dei beni diminuisce».
I dati degli ultimi due anni ci informano chiaramente che abbiamo perso tantissimi posti di lavoro, buona parte nell’agricoltura (5400 unità), un’altra parte nei servizi (oltre 7 mila unità). L’industria è quella che ancora tiene, seppur a fatica.
Ma nel fenomeno della occupazione-disoccupazione è necessario tenere conto anche di tutti coloro che non vengono rilevati dall’ISTAT. Sono coloro che, ad esempio, non cercano – attraverso i canali formali – lavoro. Non lo fanno per i motivi più svariati. Come ha spiegato il prof. David, «il disoccupato è colui che nelle ultime settimane ha fatto attività pratica per cercare lavoro. Questo significa che se un terzo della popolazione inoccupata non usa gli strumenti di ricerca formali (magari tenta di sfruttare le reti amicali o sociali), non viene fotografata dall’ISTAT». Eppure, anche se le statistiche non li riportano, «noi sappiamo che esistono e possono essere definiti disoccupati impliciti». Spesso un soggetto non si rivolge al canale formale per cercare lavoro perché non lo ritiene all’altezza, perché è sfiduciato dall’esito o per altri svariati motivi.
Pertanto, non è sbagliato affermare che i dati che emergono talvolta hanno una valenza più sociale e politica che economica. I giovani del sud, piuttosto che aspettare un lavoro che non arriva mai, a differenza dei loro coetanei del centro nord, continuano a restare nelle maglie della formazione, a specializzarsi sempre di più, in attesa di trovare un lavoro adeguato. È chiaro che la poca fiducia nei sistemi formali della ricerca del lavoro, alimenta anche altre strade precarie. «Se non funziona – ha affermato David – l’incontro tra domanda e offerta del lavoro a livello istituzionale, le forme di lavoro più utilizzate sono quelli irregolari. Ecco perché buona parte dei contratti sono spesso non rispettati».
La terza e ultima criticità evidenziata dal docente riguarda i settori. «Il contesto nel quale ci troviamo ha raccolto il suo sviluppo economico grazie alla forte presenza del pubblico. È così che, in Sicilia e nell’intero Mezzogiorno, l’economia si muove. Grazie alle commesse pubbliche che dipendono da appalti statali. Se c’è un’economia che si basa sulla forte presenza dello Stato, con poche imprese private, legate agli anni dei poli di sviluppo, possiamo immaginare perché negli ultimi 10 anni il PIL - che è l’indicatore di crescita di un territorio - si è mantenuto quasi a livello dello zero». «Con la crisi fiscale dello Stato, negli anni ’90, si è cominciato a tagliare nelle Regioni che avevano una spesa più alta (Sicilia, Calabria, Puglia, Campania). Se i servizi si basavano sulla spesa dello Stato, una volta tagliata, si è ridotto anche il reddito delle persone. Di conseguenza, si è abbassata la domanda dei beni e si è ridotto il consumo». Ciò che ne consegue è chiaro: ad indebolirsi sempre di più è proprio la struttura economica. Negli ultimi due anni, come già detto, l’economica ha vissuto una profonda crisi. Se il PIL in Italia è diminuito, le Regioni del Mezzogiorno hanno avuto un calo ulteriore (9 punti percentuali sopra il livello nazionale).
«Dal punto di vista tendenziale – secondo il prof. David – si può dire che i settori che hanno tenuto stabile il loro andamento, sono stati quello dell’agricoltura e quello dei servizi. Quello che è fortemente diminuito, invece, in prospettiva, è il settore dell’industria, sia nel comparto delle costruzioni sia nell’industria stretta».
Le ultime infrastrutture pubbliche, che rappresentavano anche una risorsa economica, che conosciamo risalgono agli anni ’60. Quando viene meno questa grande offerta di distribuzione del reddito su costruzioni, quando questa parte di reti viene a mancare, inizialmente si è spinti verso l’edilizia privata. È quello che è accaduto negli anni ’90. Ma anche in questo caso, il fenomeno è andato via via scemando. L’industria in senso stretto è diventata residuale. Industrie vere, tranne qualcuna che si occupa di plastica e petrolio, non ne esistono più in provincia di Messina. A Catania si pensa, grazie ai finanziamenti, al fotovoltaico. Ma sappiamo bene che in altri posti, come in Germania, sono arrivati prima di noi a capire come dare maggiore risalto alla propria economica. Anche le altre industrie presto rischiano di scomparire. Per David, «quello che andrà pensato per tutto il Mezzogiorno, è una nuova prospettiva industriale. È vero che il turismo in Sicilia non ha portato i risultati sperati, ma forse perché in pochi ci hanno creduto. Se fosse stato valorizzato meglio, qualche risultato in più ci sarebbe stato. La strada di valorizzare le risorse ambientali, culturali, turistiche, è una delle strade da seguire. Ma nessun sistema economico si basa sui servizi e basta. La politica si deve occupare seriamente di questo problema. La vecchia Germania dell’est (ricca) e quella dell’ovest (poche industrie, corruzione, poca economica) avevano una economica simile rispetto a quella nostra che rimarca il divario tra nord e sud. In 20 anni, però, la Germania ha ridotto il divario quasi del tutto. Ha fatto scelte intelligenti. Nei primi 10 anni stava commettendo errori come i nostri (investimenti in settori a basso contenuto tecnologico, poche risorse), dal 2000 in poi ha cambiato strategia. È stato l’obiettivo politico di cambiare il territorio ad avere la meglio. Se il mezzogiorno non si sviluppa – ha continuato David – forse è perché c’è un modello in cui il nord è la locomotiva e il sud va a traino. In Germania hanno differenziato i settori industriali dell’ovest e dell’est. Hanno puntato su settori industriali ad alto valore aggiunto. Cosa che dovremmo fare noi. Le industrie ad alto valore aggiunto vanno messe proprio nei territori che devono svilupparsi per raggiungere il livello di quello già sviluppato. La spesa pubblica, ad esempio, è molto alta nel settore farmaceutico. Se avessimo aziende qui, si potrebbe concentrare lo sviluppo. Tutto dipende da una politica illuminata, che invece è in crisi».
È apparso chiaro a tutti, dopo questa interessante trattazione del fenomeno del mercato del lavoro, che se le classi dirigenti non saranno in grado di pensare ad uno sviluppo industriale moderno, i problemi non solo resteranno in futuro, ma saranno amplificati.
Il secondo relatore dell'incontro è stata la dott.ssa Stefania Radici, responsabile del SOL (Sportello Orientamento Lavoro). La CGIL, precisa la Radici, attraverso questo servizio cerca di offrire assistenza e consulenza sulle opportunità di inserimento nel mercato del lavoro. Si occupa di orientamento scolastico e professionale, di tutela dei diritti dei cittadini e dei lavoratori. Un percorso di orientamento che comunque tiene conto delle competenza del singolo e delle opportunità offerte dal mercato del lavoro. Lo sportello offre anche utili informazioni in merito alla normativa vigente in ambito del lavoro. Stefania Radici, dichiara che spesso al SOL, «si presentano giovani che hanno contratti precari illegittimi. Il 90% dei contratti precari sono illegittimi. Il contratto può essere posto all’attenzione di un giudice, per chiedere la conversione in contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato e, magari, avere anche un risarcimento economico. Il 24 novembre di questo anno è entrata in vigore la legge 183 che riduce i tempi per ricorrere in giudizio contro la cessazione di un rapporto di lavoro. I lavoratori a termine hanno solo 60 giorni di tempo per contestare la legittimità della cessione del contratto». Con questa legge, se prima il lavoratore aveva un tempo largo per decidere cosa fare, per avere la fondata certezza di non essere più chiamato, ora ha un tempo ridotto per decidere se ricorrere in giudizio e quindi compromettere il rapporto con il datore di lavoro, oppure rinunciare e rischiare di non avere ugualmente il contratto rinnovato. Addirittura, si discute della possibilità di abrogare lo Statuto dei lavoratori, redigendo uno statuto dei lavori. Ma già nel termine, come sottolinea giustamente la dott.ssa Radici, «si tolgono diritti in capo al lavoratore, per diversificare in base al lavoro che si fa, all’azienda per cui si lavora, al territorio in cui si vive». Si cerca di porre in essere, in sostanza, l’idea secondo cui l’azienda deve essere svincolata da qualsiasi obbligo sociale, considerando di conseguenza il lavoro sempre meno come valore e sempre più come fattore di produzione.
I lavoratori e i movimenti sindacali, ma non solo, hanno sottolineato l'incostituzionalità della legge. In particolare il contrasto si pone in relazione all'art. 41 (L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali) e all’art. 1 (L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. […]). La libera iniziativa privata deve essere vincolata al rispetto della utilità sociale e della dignità umana.
«Tra l’altro – ha continuato la dott.ssa Radici – questa soluzione di sbrigliare l’economica con l’abolizione di diritti e tutele per i lavoratori, ha avuto effetti negativi sulla crisi. La crisi internazionale è dovuta alla sovrapproduzione di merci che la società non è riuscita ad assorbire attraverso la domanda. La crisi della provincia di Messina, pertanto, oltre ad essere legata alla crisi congiunturale, si è innestata in un contesto che ha problemi di tipo strutturale». Non dimentichiamo che dal 2007 al 2009 si sono persi ben 11 mila posti di lavoro in tutti i settori, facendo scendere il livello di occupazione dal 37,2% del 2007 al 35,1% del 2009. Dati che sono già al di sopra di ben 10 punti percentuali rispetto al dato nazionale. Il Mezzogiorno, oltre a dover fare i conti con la crisi strutturale, è fagocitato dalla mafia, dalla reti clientelari. «Non possiede – secondo la Radici – un sistema produttivo capace di ridistribuire ricchezze. Uno dei settori storici della nostra produttività era l’agricoltura. Ma sappiamo bene che ora incide solo per il 2,5% nella provincia di Messina. Al contrario, l’industria sembra aver retto meglio i colpi bassi della crisi, pur essendo scomparsi interi comparti (tessile, ceramica, cantieristica). Altri settori come l’agroalimentare e meccanica sono in forte contrazione».
La referente della CGIL fa notare, inoltre, come la cassa integrazione sia stata utilizzata, soprattutto negli ultimi anni, quale facile viatico per i licenziamenti definitivi. Basti pensare che nell’ultimo anno, tra le varie, c’è stato un incremento esponenziale all’uso delle ore di cassa integrazione straordinaria. La nostra provincia vive soprattutto (per l’8,1%!) grazie al settore terziario, in particolare pesando sulla PA e sulle micro e piccole imprese del commercio. Ma anche qui, in questi settori, non si può che evidenziare una crisi profonda.
A Messina, secondo i dati statistici, si ha una disoccupazione giovanile pari al 36%. In Italia è del 25%. Quindi oltre il 10% di differenza. In sostanza, circa 4 persone su 10 cercano lavoro, ma non lo trovano, senza contare tutti coloro che, sfiduciati, hanno smesso di cercarlo. Questa percentuale sale, e di tanto, se guardiamo alle donne giovani, arrivando addirittura al 44% in Sicilia. Per la Radici, «tutto questo ci vieta di parlare di bamboccioni. È una retorica che si è andata diffondendo in Italia e non solo. Ma quando si vive intrappolati nella precarietà, nomadi tra un contratto e l’altro, tra uno stage non retribuito e l’altro, quando si ha un reddito intermittente che non permette una autonomia economica, che non permette di condurre una esistenza dignitosa, si fa fatica ad avallare la tesi dei bamboccioni. I giovani che hanno precarietà lavorativa – ha continuato la relatrice – hanno anche difficoltà ad accedere a determinati servizi (casa, trasporti, sanità, istruzione, etc). Si ritrovano ad essere cittadini di serie B, soprattutto se pensiamo al fatto che i giovani con contratti a termine non possono accedere ad alcuna forma di sostegno a reddito, agli ammortizzatori sociali».
La conclusione dell’interessante relazione della dott.ssa Radici porta su una strada ben precisa: la consapevolezza che il nostro sistema produttivo oltre a non produrre ricchezza, alimenta le sacche di povertà. In Sicilia oltre il 40% della popolazione residente vive in povertà o rischia di diventare. È anche la Regione ad alta sperequazione economica (alcuni non hanno niente, altri hanno tanto). Aumentano i lavoratori poveri, gli scoraggiati, etc. O si interviene subito, senza perdere ancora tempo a discapito dei diritti fondamentali, oppure si rischia di implodere. Ma come si può intervenire? Investendo sui giovani, è chiaro ormai a tutti. È fondamentale puntare sulle loro competenze, sulle politiche d’innovazione, che possano portare miglioramento sia nei processi produttivi, sia nel prodotto. Solo costruendo un disegno per lo sviluppo si può uscire dalla crisi, cercando di coniugare crescita economica e benessere sociale. E per benessere sociale si intende diritto a lavoro, alla salute, ad un ambiente salubre, alla tutela della disabilità, etc. Il benessere sociale è un obiettivo quasi inedito nella nostra provincia, sembra un traguardo non esplorato fino in fondo. La politica deve prendere le redini e cambiare direzione. È compito degli attori locali (istituzionali e non) quello di orientare il proprio operato verso la soddisfazione individuale e collettiva. Individuare le priorità che un territorio come il nostro possiede, significa aumentare le infrastrutture.
Invece, noi ci ritroviamo a pensare al Ponte sullo Stretto, mantendo un binario ferroviario unico. Se non ci sono infrastrutture, le aziende non vengono ad insediarsi, decidono di non investire né in termini economici, né in termini di domanda di lavoro. Pensiamo anche alle cose quotidiane. Per noi l’uso del computer e di internet sembra quasi scontato, eppure solo il 35% della popolazione accede ad internet, e solo il 50% ha un computer. Ma l’innovazione per la politica dovrebbe riguardare anche la sicurezza del territorio con una progettazione del riassetto idrogeologico, per fare un altro esempio. Oppure alla messa in sicurezza delle scuole, delle abitazioni, degli edifici pubblici, etc. Anche investire nelle risorse energetiche, nella cosiddetta green economy, secondo la dott.ssa Radici è fondamentale. «L’Italia, in particolare il Mezzogiorno, ha bisogno di politica innovativa, che si occupi di servizi e di stato sociale. Una politica che ponga al centro degli scambi del Mediterraneo proprio la Sicilia. Invece, quello che sta avvenendo va in direzione ostinata e contraria». Le ferrovie stanno quasi smantellando la propria struttura in Sicilia e in provincia di Messina, al nord invece ci sono stazioni futuristiche, treni velocissimi. «La politica taglia sulla ricerca, sulla scuola, sull’università. Si va dietro alla sirena del grande progetto del ponte sullo stretto come panacea di tutti i mali», quando invece tutto fa capire che la sirena si frantumerà di fronte ai chiari dissesti idrogeologici che riguardano il nostro territorio.
Al termine delle relazioni, è stato aperto il dibattito, fornendo ai presenti la possibilità di porre quesiti in merito ai temi affrontati. L’esito ancora una volta è stato chiaro: la mission di una nuova politica è quella di trovare vere soluzioni strategiche per il territorio, senza un mero risolutore che in verità di soluzione ne fornisce poche.
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