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Era l'8 gennaio del 1993 quando tre proiettili freddarono il giornalista Giuseppe Aldo Felice Alfano, conosciuto da tutti come Beppe, mentre si trovava in via Marconi a Barcellona Pozzo di Gotto (ME). In tanti ricordano le sue parole poche settimane prima di morire: «Mi uccideranno prima della festa di San Sebastiano» (festa che cade il 20 gennaio).
Giovane militante della destra nazionale, nel 1991 si occupò per il giornale La Sicilia di argomenti e inchieste ritenute scomode, perché riguardavano direttamente gli interessi della mafia locale. Tre sembrano gli zoccoli duri esplorati da Alfano nella sua attività giornalistica: in primis, l'erogazione dei contributi AIMA (oggi AGEA, Agenzia di Erogazione per l'Agricoltura); il secondo zoccolo riguardava il raddoppio ferroviario; il terzo e ultimo i rapporti tra i soggetti coinvolti nelle vicende legate all'AIAS di Milazzo.
Assunzioni facili, acquisti gonfiati e interessi privati. Questo è quanto emergeva dalle ricerche e dagli approfondimenti del giornalista trucidato. La famiglia, negli anni, ha sempre sottolineato il fatto che nonostante il legame con alcuni esponenti della politica, Beppe Alfano venne lasciato solo proprio quando più era necessario sostenerlo in queste inchieste che potevano far emergere anche collusioni del mondo istituzionale.
Ieri, ancora una volta, Sonia Alfano e i relatori previsti per l'evento "Dovere di cronaca" che si è tenuto al PalaCultura a partire della 17,30, hanno cercato di delineare i tracciati che negli anni, secondo il loro punto di vista, sono stati "offuscati", "nascosti" relativamente alla verità sulla morte del giornalista. Da anni, infatti, sia l'On. Alfano che l'avv. Repici (sempre accanto alle famiglie delle vittime di mafia), si battono per la verità, per mostrare quelli che definiscono "rapporti ambigui" e deviati della città di Barcellona Pozzo di Gotto.
Il giorno prima, in un'intervista al Corriere del Mezzogiorno (citata nel suo sito web), la stessa Sonia Alfano aveva dichiarato: «Non avrò pace finché non andranno in carcere anche i mandanti "politici" dell’omicidio di mio padre, quelli che si nascondono tra le istituzioni e i professionisti, il livello dei cosiddetti ‘colletti bianchi’». «Come è emerso anche nel corso di alcune inchieste e come hanno riferito alcuni pentiti – ha proseguito Sonia Alfano – c’è un noto avvocato che a Barcellona Pozzo di Gotto coordinava in quel periodo i collegamenti tra la mafia, in particolare il clan Santapaola di Catania, e i servizi segreti deviati. Mio padre quando è stato ucciso stava indagando su una truffa agrumicola all’Ue, e sono certa che questo ha dato fastidio non solo ai boss. Inoltre come ha ammesso lo stesso procuratore dell’epoca Olindo Canali a Barcellona Pozzo di Gotto, il giorno in cui fu ucciso mio padre, c’era la presenza di Ros, Sisde e Sco: questo non credo sia casuale» (fonte: clicca qui).
Ieri, come previsto, si è svolta la messa in ricordo di Alfano, è stata deposta una ghirlanda presso la targa commemorativa in Via Marconi voluta dall'Amministrazione Speciale, si tenuto il convegno al Palacultura "B. Cattafi" e, infine, il concerto dei Rio a Milazzo.
Numerosi gli interventi e incredibile la partecipazione della società civile, non solo quella impegnata nell'antimafia. Sono giunti anche alcuni pullman da Roma e dal altre parti di Italia, per mostrare vicinanza alla battaglia della famiglia Alfano e per mostrare che un'Italia che si muove esiste.
Nel primo numero del nostro supplemento cartaceo Metropòlis, in uscita tra qualche giorno, avrete la possibilità di leggere i dettagli dell'incontro a firma del corrispondente Alfredo Anselmo.
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