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Home Sicilia "La Sicilia è povera", risultato di un'indagine sul territorio
"La Sicilia è povera", risultato di un'indagine sul territorio

Scritto da Carmen Fasolo, 22-02-2010 12:52

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Pubblicato in : Rubriche, Sicilia



Vignetta di Mauro BianiLa Sicilia chiude il 2009 con un bilancio non facile. Le caldissime giornate di luglio e di agosto del 2009 hanno sorpreso i siciliani a combattere con lo sporco delle spiagge e, cosa ancora peggiore, con gli incendi (nell’85% dei casi dolosi).
A settembre 2009 è iniziato un sondaggio importante su un campione di 340.000 unità nei 390 Comuni siciliani, dando oggi risultati che non ci sorprendono. Lo studio, dentro al quale è inserito il sondaggio, si ispira ad un dossier di “Affari e Finanza”, supplemento del quotidiano la Repubblica, pubblicato nel lontano febbraio 2007.

Il giornalista scrive della nostra isola, parlando di povertà economica, soffermandosi in particolare sul diritto al cibo, che ideologicamente dovrebbe appartenere a ciascun uomo. Oltre 840 milioni di persone nel mondo vivono al di sotto della soglia di povertà minima. E questo perché qualcuno riesce ad avere troppo e qualcun altro troppo poco. Ma qual è la causa, qui in Sicilia, di così tanta povertà? Bulimici del consumo, da una parte, e anoressici di posti di lavoro, dall’altra? Come possiamo spiegare le numerosissime attività commerciali e le altrettanto numerose filiali bancarie di fronte ad una povertà sempre crescente?


In Sicilia il numero delle famiglie povere è alto: una su tre vive di precarietà; nel resto dell'Italia una su cinque. L’affermazione “la Sicilia è povera” presente nel dossier del quale parlavamo all'inizio è, dunque, un’affermazione che parte da una lettura attenta della popolazione bersaglio e del territorio. Ma, nonostante dati inconfutabili (che si sommano ad altri), non si comprende bene il motivo per il quale non è stata applicata, in modo integrale, la legge nazionale che dovrebbe assicurare ai cittadini pari opportunità nella lotta contro il bisogno e il disagio individuale. Questo dato siciliano è confermato, inoltre, da una pubblicazione dei Centri Siciliani di Ascolto della Caritas: “in 11 mesi fra il 2004 e il 2005 i 34 centri di ascolto di dodici diocesi hanno ricevuto 2.500 persone in cerca d'aiuto. Il 54% di esse è di sesso femminile confermando l'impressione di una "femminilizzazione" della povertà in Sicilia, oltre che di una maggiore intraprendenza delle donne nel chiedere aiuto per sé e per i familiari [...] I bisogni sono legati per più del 60% a problemi economici e occupazionali e le richieste per il 46% riguardano beni e servizi materiali, in particolare viveri e vestiario, per quasi il 9% si tratta di bisogni di salute; per il resto interventi di sostegno alla persona e alla famiglia”.

A rincarare la dose ci pensa uno degli ultimi dati dell’Istat: il 31% delle famiglie siciliane vive al di sotto della soglia di povertà. E’ considerata la prima regione più povera d’Italia, seguita da Campania, Calabria e da altre meridionali. Come dire: l’Europa evoluta ed opulenta si ferma poco prima della Calabria. L’Istat parla di miseria e di indigenza, quasi a sottolineare che dopo 60 anni di autonomia speciale, di articolo 38, di Cassa per il Mezzogiorno, di Fondi Europei, di Obiettivo 1, di Por, Pip, e quant’altro, nella Sicilia la gente vive in uno stato di indigenza sempre più consistente. Rispetto al 1946 (tanto vecchi sono i nostri risultati), il divario tra nord e sud, invece che restringersi, si è allargato. E falliti sono, senza dubbio, tutti quei programmi che si ritenevano necessari per il raggiungimento dell’obiettivo primario delle politiche socio-economiche per l’unificazione dell’intera Italia da un punto di vista di risorse finanziarie.

Tornando al sondaggio del quale parlavamo all'inizio, leggiamo in anteprima che il “nord è ricco ed opulento, il sud è povero e vive di beneficenze”. Questa disparità è inaccettabile, e ci impone una rivalutazione più obiettiva del percorso che si intende fare attraverso il federalismo fiscale. Concretizzarlo per dimezzare questo divario o per lasciare le ricchezze laddove stanno adesso? Perché in molti, poi, parlano di trasporto ritenendo necessario non trovare le energie in Sicilia per la ricchezza della Sicilia, ma trasportare ciò che c’è altrove per “civilizzare economicamente” questa nostra terra. Il federalismo economico, se applicato davvero, sarà un sigillo per un verso o per l’altro. La Sicilia è povera perché oltre a subire il disavanzo con il nord, subisce un disavanzo al proprio interno: esattamente tra chi vive in BMW e chi invece vive raccattando. Intanto, il dato siciliano resta clamoroso, perché è il risultato di oltre 340mila voci, è il risultato di una progressione verso la povertà costante che conferma la tendenza alla solitudine di questi risultati da parte della politica siciliana e italiana.

Il terzo settore non potrà utilizzare questi numeri bussando alla porta della politica sorda e della ricchezza che basta a se stessa. La povertà dichiarata attraverso questi studi è, dunque, una domanda alla quale, probabilmente, un certo ceto dirigente e i “nuovi ricchi” continueranno a non rispondere. Qualcuno si ribellerà sì, ma in generale i piani alti taceranno e faranno tacere, in molti casi, i piani bassi sedotti dall’odore del potere emanato dai primi.

Vi lasciamo con un’ultima osservazione che possa servire da stimolo per una accurata riflessione sul problema della povertà nel mondo, non esclusivamente in Sicilia: avete notato che ad occuparsi del disagio economico, spietato o “leggero” che sia, di norma sono agenzie del Terzo Settore, quali OdV, agenzie umanitarie e ONG? E nello stesso tempo queste tendono a sopravvivere facendo appelli all'opulenza di ciascuno di noi in particolare nei periodo di festa (Natale, Pasqua, etc), attraverso cartoline (“disegnate dai poveri”) o numeri di conto corrente che solleticano la nostra sensibilità mostrandoci bambini con la pancia gonfia? Rientra solo tra fattori sociologici e umani la provenienza dell’aiuto alla povertà direttamente da organizzazioni che vivono già di beneficenze? E la quasi totale sordità del mondo ricco, tranne che per mostrare di aver fatto beneficenze e sussistenze verso una classe diversa dalla propria, tra quali fattori la collochiamo?

Lo studio siciliano che parte dal sondaggio, parte anche da queste constatazioni. Secondo esso, infatti, esistono livelli diversi di povertà, non solo soglie. I livelli sono le stratificazioni sociali e culturali, mentre le soglie riguardano i livelli minimi di sopravvivenza alimentare.

La Sicilia è vittima di un sistema economico furbo, corrotto e propulsivo di nuove ricchezze e di nuove povertà: da una parte, infatti, abbiamo il rozzo accumulare di ricchezze (per realizzare un massimo vantaggio personale e un mercato di svalutazione per gli altri), dall’altro la difficile integrazione della convivenza sociale della povertà.  La Sicilia, come molte altre zone in Italia, non è più la terra dell’inclusione (stato sociale, fiscalità mirata, facilitazione di accesso ai diritti e ai servizi fondamentali, diritto al lavoro e alla dignità, etc), ma una terra di chiara e progressiva esclusione.


 


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