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Il roveto ardente
di Saverio Vasta

Si colloca nel solco della poesia religiosa Il roveto ardente, l’ultimo libro di Vincenzo Leotta (pubblicato per la Viennpierre Edizioni di Milano) che giunge a distanza di quattordici anni da Pittogrammi. Comprende – come informa la Notizia – le poesie scritte dai primi di dicembre del 1998 alla fine di marzo 2003, precedute dalla prefazione di Giovanni Raboni, uno degli ultimi scritti del poeta e critico letterario milanese morto nel 2004. Il libro si compone di due sezioni intimamente connesse, intitolate Dell’attesa… e … Del riposo, in cui il poeta si rivolge all’Assoluto senza sovrastrutture e preconcetti, formula umane «ipotesi», anela e attende, si affligge e si acquieta. La ricerca è ora fonte di accorati e sofferti interrogativi ora conquista spirituale, ora impellenza di forma, anelito d’assoluto, ora vivificante presenza, luce e consolazione. Nel porsi domande su Dio, Leotta riflette sull’uomo, sul senso stesso dell’esistenza e sulla tensione infinita e incolmabile verso l’eterno, e lo fa con «un registro linguistico, stilistico e metrico in apparenza semplice ma non ingenuo, che accorda le voci e le cadenze del parlato quotidiano a un’intonazione biblico-sapienziale» (Raboni).
La distanza, la lontananza, il silenzio di Dio intimidiscono e fanno paura («ma è duro amare al buio», Amare al buio) ma non scoraggiano. Basterebbe poter cogliere anche «un istante di luce» e «passare al di là, oltre la pietra/ dove il cuore sanguina ancora» (Oltre la pietra). Ma la «lotta all’ultimo sangue», l’inseguimento, in cui i ruoli sembrano confondersi e ribaltarsi, non si arresta dinanzi alle difficoltà, dinanzi ai silenzi e all’apparente indifferenza di Dio alle sofferenze umane. Occorre coraggio, «perché solo dagli audaci/ Lui si lascia rapire» (Adesso) e il premio sta forse nella fede che alimenta la ricerca: «di me tutto puoi dire/ tranne che non Ti ho cercato» (Dichiarazione). Ma l’«attesa» non è vana. Il cuore, gratificato da un «segno», trova a tratti «riposo». E allora anche la notte, che prima era «un macigno sul cuore» (Opacità), «antica nemica» (L’antica nemica), diviene «propiziatrice di miti colloqui», e il silenzio può essere goduto in pace come avviene tra innamorati (Segno). Di Dio si impara ad apprezzare la dimensione dell’ascolto (L’ombra); al poeta, invece, «parlare tacendo» non è concesso. Le sue restano «parole umane» che tentano di colmare la distanza (Dal trono); oppure resta la via della finzione: «e così non parlo a Dio,/ converso con uno che sento mio,/ che come me accasciato/ espia il suo peccato» (Finzione), e l’anelito a «essere almeno parte del disegno». L’imbarazzo e la difficoltà a definire l’Inconoscibile non spezzano la speranza che la parola «si faccia carne e sangue» e riesca ad esprimere «le verità che la ragione ignora». La ricerca si svolge solo apparentemente in modo lineare e progressivo: infatti l’«Utopia», nel senso etimologico di «Non-Luogo», apre e chiude il corpus alimentando nuovamente il ciclo dell’attesa e del riposo. «Chi può dire qualcosa di Dio…»? si chiede Leotta verso la fine (Il poema non scritto). In fondo il poeta, che nella sua finitezza parla di Dio – l’Incommensurabile – non è altro che l’uomo che interroga se stesso e si misura di fronte all’infinito.

6 novembre 2007

Retrobottega


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