Con nessuno e per nessuno (racconto di G. C. Fasolo)

Scritto da Carmen Fasolo, 02-05-2010 10:17

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Pubblicato in : Rubriche, Cultura


Racconto

La mia vicina di letto è andata da un’altra parte. Dove non lo so, non ho fatto in tempo a dirle «per favore, mi faccia sapere che strada si intraprende dopo». Aveva solo 52 anni, tre figli e un marito, e mi sembra anche cinque nipoti. E una carrellata di parenti afflitti che non capiscono il perché di questa improvvisa perdita, ma soprattutto come potranno farcela senza di lei.

«Uscite, così la sistemiamo», siglano gli infermieri.

È difficile pensare alla forma che si assume dopo, quando non puoi più rispondere, forse neppure pensare, divenendo “qualcuno da sistemare”. I miei occhi fissano le manovre. E i gesti degli infermieri su quel corpo mi appaiono come un distratto e infastidito assortimento di procedure del caso, come se avessero per le mani un qualunque agglomerato di pelle, di ossa e di organi che stanno lì senza avere avuto in realtà una loro storia che li ha tenuti insieme per 52 anni, immobilizzati come vecchie scale mobili sulle quali sono passati giorni e anni. L’inizio della rigidità del corpo fa quasi imprecare gli infermieri, alle prese con chi fino a ieri era in grado di darmi un bicchiere d’acqua, di parlare e di fare una carezza ai nipoti.
Ora singhiozza silenzio, in modo tristemente pietoso.

Tutto è rovinosamente precipitato questa notte; ho assistito incredula alla sua agonia e senza che nessuno potesse far niente per evitarlo. Però c’hanno provato disperatamente a tenerla da quest’altra parte. Ho contato, senza saltarne uno, i numeri dei sospiri, come fossero passi affrettati di chi tenta di rincorrere, senza acciuffarlo mai, un qualcosa che risulta indefinito come l‘ossigeno che d‘improvviso ti viene a mancare.

In questo momento, mentre la donna viene “sistemata”, penso ai molteplici stati e strati interni dell’essere umano, agli egoismi, ai dolori, alle inconcludenze quotidiane collezionate. A chi non incontrerò mai più e a chi non voglio mai più incontrare. A tanti sprechi di vita e di pensieri. A chi si esercita nello spasmodico tentativo di venderla in saldo la propria vita. A chi passa il tempo a distruggere quella degli altri. A chi lotta nel sociale limitandosi a urlare senza capirne davvero la ragione. E, infine, a chi corre e corre, e poi esce fuori gli artigli in un letto, in assortimenti pindarici di respiri che comunque avranno un esito solo. Molti esseri umani sono il taglio di uno scampolo di stoffa riuscito male, così ho letto in qualche libro. Come se tutti dovessimo per forza essere seta, senza concederci un semplicissimo stato di flanella.

Sulla faccia della signora non intravedo serenità; ora che è stata messa su un fianco per l’ultima “pulizia”, riesco a guardare bene la sua assenza. Nelle smorfie che sono rimaste sul viso, a me pare di intravedere una piccola gazzella che perde la sua corsa contro un branco di leoni. Hanno vinto questi ultimi e hanno lasciato un’espressione beffarda sulla sua pelle bianca. Viene da piangere anche a me per la sua assenza, vedendo quegli occhi chiusi. Avevano un bel colore nocciola fino a ieri, me lo ricordo… Sì, ieri, quando ad essere sul fianco ero io, e piangevo senza espressione, avevo la flebo e non riuscivo a muovermi. Anche se con fatica, si è alzata, mi ha fatto una carezza, mi ha dato un bicchiere d’acqua, mi ha guardato e mi ha sorriso. Tutto senza fare domande, senza chiedermi quando e perché. Oggi vorrei tanto essere io a chiederle dove, a darle un bicchiere d’acqua, guardarla, sorriderle e dirle che ha i capelli di un rossiccio intenso ed elegante. E dei bellissimi nipotini.
Invece, si congela incredulità sulla mia faccia, di fronte a chi oggi diventa “qualcuno da sistemare”. Non so neppure come si chiama, conosco solo quello che era il suo numero di letto (07).

Io ricordo quando è morto mio nonno. Sembra stato ieri, eppure era il 2 dicembre 2003. Una maledetta data in cui ho perso per la seconda volta qualcuno di tanto importante per me e ho incontrato qualcun altro. Data maledetta per entrambi i motivi: perché non avrei mai voluto perdere mio nonno e perché non avrei mai dovuto incontrare chi poi, a distanza di anni, ha fatto di me e dell’idea di me brandelli da mettere sotto i denti accontentandosi di digerire con gusto piatti di rancore sordo e cieco.

Mi ricordo che sono arrivata in treno la mattina successiva alle 7.00, sporca, senza sonno e disperata. Insieme a mia sorella Giusy. Lui era già nella sala mortuaria, nel suo assurdo vestito grigio dei 50 anni di matrimonio, con quella smorfia che un blatero tubo aveva lasciato sulla sua bocca. Aveva il collo un po’ inclinato, gli occhi chiusi. E, chiaramente, non respirava più. Non riuscivo ad avvicinarmi al baule, speravo di non vederlo lì, ma da un’altra parte. Il suo aspetto, seppur deformato, era sdraiato e sistemato per bene con un rosario attorno alle mani. Mio nonno era molto religioso, lo ricordo bene.
Poi è venuto il momento di sigillarlo, con il macabro rito dei coperchi. Penso che sia stato quello l’esatto inizio della sua morte, dal momento che la sua presenza sarebbe stata esclusivamente data da una foto, uno scatto, una videocassetta o un ricordo. Il resto e la sua immagine erano sigillati insieme a lui e non avremmo più condiviso la stessa aria, divenendo un sempre mai da collezionare, collocandosi in mezzo tra quelli raccolti nel mio passato e quelli che mi attendevano nel futuro. In una tosse infinita senza soluzioni o sciroppi di stagione.

Il macabro rito dei coperchi sigillati sarebbe toccato da qui a breve pure alla signora del letto 07, con una evidente storia di vita finita a metà. Mi dispiace per lei, ma anche per chi vivrà la scena nelle prossime ore. Dispiace anche per me, per non aver avuto la possibilità di dirle almeno grazie. E mi dispiace anche per tutti quelli che - come me - passano la propria esistenza decidendo di non incontrarsi mai più, non sapendo che prima o poi toccherà anche a loro - e anche a me - il macabro rito della chiusura dei coperchi e non ci sarà più aria da condividere o da chiarire. Con nessuno e per nessuno. Ma è così che viviamo e soprattutto concluderemo la lunghezza, in centimetri o in metri, della nostra vita: ingoiando in silenzio i nostri “sempre mai”.

aprile 2010

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NOTA BENE: Il racconto è stato tratto da qui:
http://www.sentieridigitalidellamente.it/racconti/connessunoepernessuno.html


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