| Scritto da Carmen Fasolo,
01-08-2010 17:11
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Pubblicato in : Rubriche, Cultura |
Da qualche anno, ormai, esiste tra l'Associazione Smasher - che rappresento fin dalla sua fondazione - ed Ettore Bianciardi un contatto epistolare "digitale", seppure esclusivamente di natura "editoriale". Infatti, gli scriviamo qualche volta, giusto per acquistare un pacchetto di bianciardini da distribuire gratuitamente agli amici, ai lettori e a chi si avvicina alla stessa Smasher.
La figura di Ettore mi ha sempre affascinato, così come quella tanto discussa di Luciano Bianciardi, suo padre e - per certi aspetti - suo vocatore di impegno culturale. Scrittore, forse in parte rivoluzionario o forse in parte ucciso dalla propria solitudine, Luciano è certamente sempre stato apprezzato dalla sottoscritta per la sua scrittura fresca e brillante, per la sua capacità di disegnare quasi perfettamente quello spaccato della libertà umana e della sua violazione, quell'impegno o disimpegno culturale nei confronti della letturatura e delle minoranze.
Ma lo stesso vivo interesse, nei confronti del Luciano scrittore, è presente in me nei confronti del tanto discusso Luciano uomo, padre e compagno.
In tal senso, non per dissacrare l'immagine di quello che viene considerato "il grande Luciano", né per smontare la sua indiscutibile bravura letteraria e il suo impegno culturale, mi piace parlarne anche attraverso le parole del figlio Ettore, perché possa emergere ancora una volta anche il suo aspetto prettamente umano e fragile.
Chi, come me, ha “conosciuto” tuo padre dopo la sua morte (io appartengo alla classe del ’78), ne ha potuto tracciare gli esiti solo attraverso i suoi scritti. Com’è stato vivere Luciano? ETTORE: Non posso dirlo: io non ho vissuto con mio padre, che è stato sempre lontano da me fisicamente e spiritualmente, salvo negli ultimi mesi di vita, quando io però ormai lo rifiutavo, ritenendolo ormai inutile alla mia formazione umana e culturale. Lo conosco solo attraverso i suoi scritti, ai quali mi sono avvicinato in modo serio e scientifico solo dopo la sua morte. In ogni caso posso dire che vivere con lui era difficile: tutti i suoi rapporti umani sono saltati, quello con la moglie subito, quello con la compagna poi, con i figli un rapporto vero non c’è mai stato: Luciano è morto in perfetta solitudine
Ad un certo punto del suo percorso (anche lavorativo), tuo padre si avvicina alla vita dei minatori e ne racconta le dure condizioni di vita, la povertà delle loro famiglie, il sacrificio quotidiano. Dopo la tragedia di Ribolla del 1954, sembra iniziare in lui il bisogno di vendicare, uno dopo l’altro, i 43 morti… ETTORE: Era agli inizi degli anni '50: Luciano scopre una realtà industriale nel grossetano ed insieme un raro fatto antropologico, un villaggio che sorge come insieme di popoli diversi, ma in armonia tra loro. Ribolla è luogo di immigrazione e di contaminazione culturale. Inoltre la vita del minatore è migliore di quella degli altri abitanti, guadagna di più ed ha più tempo libero. Queste cose affascinano Luciano. Non sono d’accordo che sia andato a Milano per vendicare le vittime della strage. È solo un’invenzione letteraria per giustificare la sua partenza da Grosseto e la sua salita a Milano per amore di Maria Jatosti, con la quale si illude di cominciare una vita nuova, ma il distacco dal paese e dalla cultura natale lo indebolisce, gli conferisce sensi di colpa, vorrebbe tornare, ma non ne ha il coraggio; imposta la sua vita a Milano in modo sbagliato, vedendo solo gli aspetti negativi della metropoli e nel contempo esalta la vita e la cultura in provincia in modo assolutamente esagerato.
Va a vivere a Milano. La vita, e anche la poetica, di Luciano Bianciardi si collocano perfettamente nel boom economico di fronte al quale era necessario assumere una posizione: integrarsi o restarne fuori. Cosa ha scelto tuo padre e perché? E come lo esprime attraverso il suo romanzo “La vita agra”? ETTORE: È sempre rimasto fuori dalla cultura ufficiale, anche perché non ha mai tentato di inserirsi, forse più per disinteresse che per rifiuto da parte della cultura stessa. In questo modo ha maturato un’avversione, un’amarezza che gli hanno permesso di valutare con spietata lucidità tutti i mali e le derive di una società che a quei tempi credeva nello sviluppo infinito e nel progresso senza ostacoli. Luciano prevede con esattezza la fine del sistema e pertanto diventa ai nostri occhi un visionario, un preveggente straordinario. Possiamo dire che Luciano si è ammalato subito, lui solo, di quella malattia che oggi ha pervaso tutta l’umanità: i sintomi che noi proviamo verso questa società in crisi sono quelli che Luciano descriveva cinquant’anni fa, completamente inascoltato.
La storia con la comunista Anna come ha segnato la sua vita, se l’ha segnata? ETTORE: È stata una storia d'amore e di complicità intellettuale, alla quale purtroppo non ha saputo dar corso ed è fallita come prima e più velocemente è fallito il suo rapporto con la moglie. Molto probabilmente tutto dipende dalla incapacità di Luciano di stabilire delle relazioni umane con chiunque. Forse questa è la ragione ultima della sua solitudine, della sua malattia, della sua morte,
Come e perché, secondo tuo padre, il lavoro intellettuale rischiava di divenire una catena di montaggio? ETTORE: Luciano entra alla Feltrinelli con una certa speranza che lì, nella grande città e nella nuova iniziativa culturale di un miliardario comunista, si possa fare una vera rivoluzione culturale, si possa cioè portare a temine quella rivoluzione iniziata con la Resistenza e la caduta del fascismo. Si accorge subito che non è così, d’altronde non è un combattente e cede subito di fronte alle prime difficoltà, sviluppando il senso di rifiuto di quella società, della quale rimane sempre ai margini, confidando in tal modo di poterla combattere, o perlomeno avversarla, rimanendone però sempre al di fuori. Si sviluppa in lui gli anticorpi che gli fanno rifiutare quella città, quel modo di vivere, quel modo di pensare; medita un ritorno al paese, che per molte ragioni gli è ora impossibile e nasce una sensazione di vuoto e di inutilità che pian piano e inesorabilmente fa sì che si lasci andare e lo conduce alla morte.
Se fosse ancora in vita, cosa direbbe tuo padre di fronte alla piega che l’editoria moderna ha preso? ETTORE: Sono passati molti anni e il mondo è cambiato: difficile prevedere adesso le sue reazioni, teniamo conto che Luciano scriveva i suoi libri ed articoli a macchina, inserendo la carta carbone tra i due fogli, per fare una copia personale. Un altro mondo, un altro tipo di scrittura, un’altra generazione di scrittori, non confrontabile con quelli di oggi. Un’altra editoria: allora la scena era dominata da alcuni imprenditori coraggiosi che investivano i propri soldi perché avevano scommesso su alcuni autori, che loro consideravano validi. Era un’altra Italia. Oggi non ci sono più i Rizzoli, Mondadori, Bompiani e Feltrinelli, personaggi con i quali Luciano si scontrò furiosamente, ma che oggi gli mancherebbero molto e rimpiangerebbe sicuramente.
Come hai vissuto la malinconia e la morte di tuo padre? ETTORE: Mi dispiace non poter dire che ho sofferto la morte di mio padre. Non sono stato un figlio normale, né tantomeno lui un padre come tanti altri. Ho sofferto, anzi soffro tuttora la mancanza di un padre vero, un padre istituzionale, un padre che torna a casa ogni sera. Vorrei aver avuto un padre con tanti difetti, magari un padre che mi picchiasse la sera, ma che fosse stato lì. Invece non ho avuto un padre, se non in senso genetico, che, a dispetto di quello che pensano i più, non conta assolutamente niente.
Cosa comporta per Ettore essere menzionato spesso quale figlio di Luciano? ETTORE: Grave imbarazzo e un certo fastidio: non mi piace essere considerato solo perché figlio di Luciano, mi sembra che tolga l’attenzione su quel poco o molto di buono che c’è in me. D’altronde non posso negare che il fatto di essere figlio suo, mi apre qualche porta e mi concede un po’ più di attenzione che se fossi figlio di un avvocato o di un tranviere.
Secondo te, qual è il compito di un intellettuale oggi: costruire il proprio potere editoriale, imparando a gestirlo bene, oppure limitarsi a non scendere a patti con il potere editoriale dei più grossi? ETTORE: Secondo me l’intellettuale è un traghettatore, del popolo verso la cultura. L’intellettuale deve rendere possibile per chiunque avvicinarsi alla cultura, la vera cultura, tutta la cultura. In questo sono assolutamente figlio di Luciano Bianciardi, ne eredito il mandato e la vocazione. Invece molti che si autodefiniscono intellettuali ritengono che il loro dovere sia quello di autoisolarsi e costruirsi un involucro dal quale sentenziare e pontificare sulla cultura, rimarcando la differenza che c’è tra la loro cultura e quella del popolo. Ecco, io combatto questo tipo (prevalente) di intellettuale e vado in direzione assolutamente contraria. Questo per me è fare cultura popolare.
In molti abbiamo incontrato nuovamente Luciano attraverso il tuo impegno con il progetto sui bianciardini. Come nasce e qual è il suo scopo? ETTORE: Esattamente quello detto sopra, cioè sviluppare una cultura popolare. I bianciardini raccolgono testi da noi giudicati eccezionali e che, per un verso o per l’altro, sono sconosciuti al grande pubblico, alla cultura popolare, insomma. E per questo li offriamo al prezzo più basso che si può pagare in Europa, un centesimo di euro, la monetina più piccola. Ma questo è il prezzo minimo, perché chi vuole e può paga qualcosa in più e diviene un finanziatore dell’iniziativa. Particolare è anche la distribuzione dei bianciardini: per il loro prezzo non sono accettati dalla distribuzione libraria e per questo noi li distribuiamo tramite quello che chiamiamo il circuito della passione: chi si rende conto dell’importanza dei testi, solitamente diventa un nostro complice e si fa mandare un pacco di bianciardini che poi provvede a distribuire tra amici e conoscenti creando così altri complici. Non regaliamo i bianciardini, perché se lo facessimo li svaluteremo, la gente penserebbe ad una operazione pubblicitaria, o ad un lancio di un nuovo autore.
Qual è il lavoro e l’impegno culturale di Ettore Bianciardi? ETTORE: Questo, sviluppare la cultura popolare, far leggere alla gente i libri, ridurre il loro prezzo, farlo tendere a zero, annullare tutte le barriere, quelle storiche, quelle economiche, quelle sociali e quelle, molto più pericolose, create ad arte per crearsi un involucro, un posto di lavoro, una rendita, per potersi definire intellettuali e guardare gli altri dall’alto in basso. Per questo raccolgo inimicizie, asti, incomprensioni e odi. All’inizio magari la gente mi stima e mi ammira, ma poi rendendosi conto che il mio impegno va in direzione opposta a quella che è la concezione prevalente dell’intellettuale, riesce addirittura ad indignarsi e a considerarmi un pazzo o un lunatico. Basti pensare che dopo aver collaborato gratuitamente all’editing e alla revisione di almeno una ventina di libri, alla fine come ringraziamento praticamente tutti gli autori mi hanno tolto il saluto e non mi hanno dato neanche una copia del libro che io in pratica avevo riscritto per loro. Ma questo significa che svolgo bene il mio impegno culturale, contro la cultura corrente, per una vera cultura popolare. E vado avanti.
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Nota bene: per chi fosse di Barcellona e avesse voglia di prendere qualche bianciardino, può farlo presso la sede operativa dell'Associazione Smasher o chiederli ad essa telematicamente, attraverso il sito http://www.smasher.it, in particolare attraverso questa pagina.
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